01 giugno, 2015

I Dolori che Sai.

Sono improvvisi, troppo rapidi da gestire.
Troppo veloci per capirli bene.

Arrivano in giorni che sono un pò di festa, di vacanza di sicuro, arrivano all'inizio di quella che dovrebbe essere una bella estate.
Ognuno, si comporta con essi come può, come sa.
Come gli hanno insegnato.
Come a sua volta, insegna.

Sono in questa casa che mi ha visto bambina ribelle, la più piccola dei cugini, quella un pò fuori, sempre.
Quante cose belle in questa casa con le rose, gli alberi da frutto, i gerani ordinati e fioritissimi.
Anche adesso, che lei non c'è più. Da ieri.

Sono venuta in questa casa per abbracciare forte le persone che ha lasciato qui andando via, nemmeno convinte, nemmeno ben consapevoli. Smarrite. L'Ha Fatta Grossa, Stavolta.

Ci sono dolori che non vanno via.
Restano lì, non li senti per un pò e tornano a galla con altri dolori, mancanze che si sommano ad altre mancanze, quante, nella mia famiglia di prima, ed è il giro normale delle cose della vita, certo, ma se succede troppo presto, con le mancanze e coi dolori ci hai a che fare da subito, ne diventi esperta.
E non va tanto bene.

Questa casa ha pezzi della mia vita, sparsi, nelle fotografie, nelle persone che sorridono dalle cornici, dal mobile della sala, dove si pranzava la domenica, ogni tanto, o quando venivano in visita gli zii da Genova,  l'insalata russa, la 600 celeste, i miei quaderni di prima elementare da portare in visione, come a dire, E' Scellerata, Ma è Ordinata e Scrive Bene.

La casa dei miei zii era enorme, in quel corridoio lunghissimo abbiamo fatto gare di scivolata, ci siamo avvolti nel tappeto, abbiamo rotto un vaso prezioso, mio cugino ha pensato anche alla vetrata, esibendo poi con orgoglio una ferita sul braccio, ricucita in ospedale. Un evento, per l'epoca.

Non è cambiato tanto.
Oggi c'è un pò più di silenzio, odore di fiori e di non sapere tanto che cosa fare.
Ma da fare non c'è niente.
Ci sono dolori nuovi che ne riportano altri, così vicini che ti sembra di toccarli, e da fare non c'è niente, se non abbracciare senza dire nulla, scuotere la testa e dire Coraggio.

E sorridere un pò, cercare di parlare d'altro, e ricordare, ricordare ancora, e trovarci le persone che non ci sono più, da troppo tempo, in questa casa dove riconosci i disegni della tappezzeria, persone che sono ancora qui, adesso, e che se chiudi gli occhi li senti ridere in cortile, se chiudi gli occhi senti i loro abbracci, troppo pochi,  e li vedi sorridere sì, ma solo dalle cornici belle, in sala da pranzo, quella della domenica.



22 maggio, 2015

La Leggenda delle Ciliegie Presuntuose.

Si parlava a frasi fatte
Niente è per caso
Niente è per sempre
Niente e basta

Era tempo di ciliegie, lassù, alla collina
Non si coglievano, no, non ci si armava di cestini o ciotoline da riempire.
Si coglievano dall'albero e si mangiavano lì, sul posto, accanto al Gelso, quello dove ci si poteva nascondere sotto, e da lì vedere tutto, non visti.

Ma da vedere non c'era niente.
Solo colline,cielo, case lontane e un prato incolto lasciato andare chissà perchè, erbacce e soffioni, e fango quando pioveva, e zolle arse dal sole che sì, sarebbe arrivato a luglio, perchè luglio arriva sempre, non lo sai?

Niente.
I temporali degli ultimi giorni avevano fatto la loro parte, avevano squassato il cespuglio della salvia fiorita, sparpargliato i petali delle rose, fatto casino ovunque, casino si può dire.

Le ciliegie invece no.
erano rimaste lì, attaccate ai rami, rubini preziosissimi di un gioiello troppo grande, senza fare una piega, senza dire ba, erano rimaste ben ancorate, solinghe, in fila per  due, qualche volta a gruppi.

Anzi.
Il temporale le aveva lucidate per bene, come prima di una festa, e sembravano ora più belle di prima.
Belle e dolcissime.

Sembrava facile.
Le ciliegie erano tante, sì, ma quelle che si raggiungevano agevolmente dal prato stavano per finire.
A guardare in sù, un migliaio di sfere rossissime, si pavoneggiavano fra le foglie, contro il cielo mauve quasi viola del pomeriggio,  o nell'azzurrissimo della mattina presto. Erano più belle nel verso sera.

Le Ciliegie Presuntuose, nessuno le avrebbe colte mai.
Troppo belle, troppo in alto, troppo complicate.

Si sarebbe potuto provare, con una scala a pioli, o ad arrampicarsi sul tronco instabile del ciliegio più Grande
Ma era un rischio da non correre.
Nessuno al mondo sa, quanto infido e traditore sia un albero di ciliegio, ancorchè carico di preziosissimi frutti.

Le Ciliegie Presuntuose, disilluse e immacolate, sarebbero rimaste lassù, sarebbero diventate catering per banchetti di uccelli voracissimi e golosi, avrebbero dato il meglio di loro stesse a party di api e calabroni, pur belle e lucide e dolcissime, nessuno le avrebbe colte mai.

Ci si accontentò delle ciliegie sui rami bassi.
A guardare bene, fra le foglie e i rami piccoli, ce ne erano tante anche lì.

Le Ciliegie Presuntuose si lasciano dove sono, contro il cielo del temporale, mauve che sembra viola, nel verso sera.



14 maggio, 2015

Non mi siedo mai sulle panchine.



E' una cosa che notavo.
Non mi siedo mai sulle panchine.
Eppure, ne ho qualcuna, in giro per il posto dove vivo, nella città dove gravito, perfino in fondo al sentiero, ma proprio in fondo, quasi al paese vicino, dove è raro che arrivi correndo, è troppo sterrato, ho rischiato di cadere più di una volta. 

Ieri sera, mi ci sono seduta.
Ad aspettare mia figlia che arrivava da fuori.
In un'ora insolita, per me, quasi ora di cena e ancora sei in giro.
Con una bell'aria lucida.
Profumo di maggio.
Dicono che grandinerà domani. Ma come fa.

La piazza davanti al liceo è una piazza così bella.
Ieri avevano tagliato l'erba di freschissimo.
I palazzi liberty, le rose fiorite.
Peccato solo per la fontana, spenta, sempre.

Che pensieri ridicoli ti vengono, quando sei su una panchina.
E' come dire, sono qui, non ho niente da fare, devo solo aspettare e non fare niente, posso guardare le macchine passare sullo spalto, solo in questa città le strade si chiamano spalti, dovrò capire bene perchè.
E salutare chi conosco e passa in bici e mi guarda MaCosaCiFaiQuiTuAQuest'Ora.

E chissà chi abitava lassù, chissà se qualcuno suonava il pianoforte, e le poesie imparate a memoria, e i compiti sul tavolo della cucina. E profumo di minestrone sulle scale. 
Chissà quanti baci rubati sotto quel portone coi leoni, chissà le fughe, gli appuntamenti, chissà se da quei vetri qualcuno vede me, non visto, chissà quando la guerra da qui è passata davvero, e la fontana, c'era già questa fontana?  E Napoleone, è passato anche da qui, dopo aver piantato il platano sulla statale?

Niente è più seducente di una panchina a metà maggio.

Le cose che pensi ti scivolano via come acqua fresca, puoi pensare tutto e il contrario di tutto, e forse è meglio che, stranamente, tu non abbia nessun libro da leggere o nessun appunto da prendere, per permettere ai tuoi pensieri di essere un pò come te, stasera, leggera, indolente, che aspetti e basta, che nessuno aspetta te, e allora resti lì.

Non mi siedo mai sulle panchine.
mi sa che dovrò farlo un pò più spesso.




10 maggio, 2015

Bella sempre.




E sempre stata la più bella di tutte.
Davanti a scuola, mentre mi aspettava sotto i tigli di quel convento che era la mia scuola elementare.
Quando pioveva, con due ombrelli, uno per lei, e uno rosa, piccolino, per me.
uscivo di corsa e l'abbracciavo. 
Che meraviglia, il suo profumo che sapeva di cipria.

Ci sono immagini che non vanno via.

E quando abbiamo scelto il vestito della Prima Comunione.
Ha voluto per me il più bello, quello con il tulle e i fiori bianchi sulla cintura.
Gli stessi che mi ha messo fra i capelli, lunghissimi, come a sembrare la sposa che non sono stata mai. Non così, almeno.

Ci sono immagini che non vanno via.
Di quella volta che sono caduta in motorino e sono tornata spelacchiata e piangente, e mi ha nascosto in bagno per medicarmi, per non farlo sapere a mio padre. Che non lo avrebbe saputo mai.

Cantava sempre, lei.
Stendendo, spolverando, innaffiando la serenella del giardino della Casa Vecchia, cucinando quel suo risotto giallo che è il solo ed unico più buono del mio.
E' da lei che ho preso la passione per il viola, per i libri, per la maglia.
E gli occhi.

Ci sono immagini che restano

Di quell'altra che tornando da scuola l'ho trovata persa a guardare fuori dalla finestra, Che Cosa C'è.
Niente. E mi ha sorriso di un sorriso forzato,  che non dimenticherò mai, Com'è Andato Inglese?

Immagini che non cancelli.

Le volte che mi ha rincorso per prendermi a sberle, tirato dietro qualcosa, una volta, perfino il mattarello. Le volte che la sentivo ridere in cortile con la Mariuccia, e sempre con lei sedersi sulla seggiolina a fare la maglia. Le volte che la vedevo uscire con mio padre, bellissimo lui, bellissima lei, i capelli raccolti, quel vestito di chiffon, gli orecchini lucenti, le mani curatissime. 

Immagini che sono lì.

A vederla salire le scale, quella mattina, che chissà perchè a scuola non mi ci avevano mandato, e con mio fratello stavo in cucina ad aspettarla, saliva piano i gradini, come vecchia di cent'anni e ne aveva solo trentanove,  a guardarmi come a dire Perdonami, Perdonami Se Sto Per Dirti Quello Che Ho da Dirti.

Mia mamma è un fiore bello.
Mia mamma è tutto quello che vorrei essere e che non sono.
E' forte, è spiritosa, ha imparato parole come taggare e postare, ha delle piante bellissime, una casa piena di fotografie, e di cassetti pieni di meraviglie. Ne ha uno che non apre mai.

Siamo state salvezza, una per l'altra, in una città enorme e un pò nemica, dapprima, per noi che arrivavamo dalla provincia, siamo state noi due la nostra famiglia, ha affrontato sola cose più grandi di lei, situazioni, problemi, i matrimoni, anche le felicità, i nipoti che arrivavano, uno dopo l'altro, le feste, i Natali, i viaggi.
E altre tristezze, forse, quelle un pò di più.

Adesso, ridiamo, parliamo tanto, la chiamo spesso, mi chiama ogni  mattina presto per dirmi Stai bene?
Sto bene.
Sto bene, mamma.
Perchè forse ho imparato da te le cose che non sai nemmeno di avermi insegnato, non a parole con l'esempio,  e che insegno a mia volta, che sono sempre mamma e troppo poco figlia.
Perchè forse ho preso da te quella forza e quel rigore, e quel non perdersi mai, ma tu sei ordinata e io no, tu ci sai fare con le piante e io no, tu non hai mai paura, Io, invece, sì.

Hai sempre quel profumo Guerlain che sa di cipria,
Fai sempre un risotto più buon del mio.
Sei bella sempre.
Mia mamma, sempre
Le volte che vorrei essere più figlia, e figlia sono sempre, vicino a te.
Mia mamma, sempre.


06 maggio, 2015

Fior di Robinia.


Ovunque, ce n'è.
Sul sentiero, dopo la siepe, sulla strada nascosta.
Ogni tanto, i rovi ci provano ad abbracciarla, a soffocarla, seducendola con foglioline vellutate e promesse di bacche lucide e perfette.
Non ce la fanno.

E' Fior di Robinia, quello che cresce in questi giorni.
Puoi chiamarlo Acacia, se vuoi, ma Robinia è più bello.
E' profumo di miele e di pulito, sono grappoli candidi, belli a vedersi, morbidissimi da accarezzare. 
Impossibili da trattenere, non durano molto, nemmeno si possono mettere in un vaso, per dire. Ci ho provato, sfioriscono subito.

Il Fiore di Robinia va tenuto lì dov'è, guardato e basta, non colto, lasciato lì.
Bearsi del suo profumo e della sua innocenza seducente, sfiorandolo appena, guardandolo da lontano per la nuvola che fa, osservandolo da vicinissimo, fino a farsi accarezzare un pò, è come lavarsi la faccia col miele, ma appìccica di meno.

Voglio fiori di robinia ogni giorno sulla mia strada.
voglio siepi candide e candidi pensieri e candida la borsa e candidi i  pantaloni leggeri, ballerine luccicanti, sandali glamour che ci si può anche andare al mare. Già, il mare.

Fiori di Robinia che sanno di bello e di buono, che riempiono di miele le mani e la testa.
Guardare  e non toccare.
Filastrocche a memoria, Ogni Cosa al Suo posto e Un Posto ad Ogni cosa.

Il mio, è vicino al miele.

I rovi non vincono, non vincono mai.


Odore di dicembre.

  Che non è pino, non è neve, non è gelo, non è niente. Non c'è dicembre in questi giorni, non c'è niente del genere, non ci sono le...